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ANTOLOGIA CRITICA
 

La formazione di un artista ha tempi e modi apparentemente indecifrabili. E' il caso di Marianita Valdinoci, il cui rapporto con la pittura comincia una decina d'anni fa, dopo un lungo periodo di maturazione interiore...Non le bastava l'urgenza del gesto inventivo, né l'incontenibile torrente emotivo, a giustificare l'approccio ai pennelli. Occorrevano una motivazione profonda, il sostegno di una fede, l'estro che trasforma il mestiere del pittore in un'opera di magia capace di intercedere tra l'ottuso mondo dell'indifferenza e la nostra solitudine...E alla sua prima mostra Valdinoci ci tiene a sottolineare l'impegno morale del suo lavoro. Che del resto s'indovina subito, nello stringato incipit ad ogni dipinto, composto in linguaggio poetico o estrapolando da memorie musicali. Nelle violente tempeste di colore che s'agitano sotto l'apparente calma piatta dei fondi turchini, violetti, gialli e rossi sulfurei. Nella scarna figurazione di silhuettes ermafrodite, calve e completamente nude, replicanti gemelle tranne che per il piccolo scarto di una smorfia, di pianto-riso, rimpianto-nostalgia. Prendiamo, per esempio, "La stanza dell'infanzia" dell'88: c'è nel dipinto l'atmosfera malinconica di un rito di passaggio. A eseguirlo è una figura evanescente (l’età dei giochi) aggrappata a uno specchio blu, e il tutto sembra sprofondare in un’infernale melassa di colore rossiccio (l’età adulta), buttato, schiacciato spremuto in filamenti, con una tecnica che ha un lontano referente nell’automatismo pittorico dei surrealisti.. C’è poi “E restano le madri”, una dolorosa meditazione sulla morte che rivela, nella composizione, un rigore quasi gotico e un forte senso della pietas cristiana. C’è qualcosa di antico, di biblico in quelle madri ammutolite davanti ai cadaveri dei figli. Nel paesaggio, quasi astratto, dove le fasce di terra s’incastrano in una fetta di cielo graffiato di blu notturno, la pittura dell’artista si fa cupa e minacciosa per raccontare un dolore senza fine. Ben diversa, quasi con componenti di favola, è invece l’imagerie che sottende l’opera “Il suono del violoncello”, del ’96: qui Marianita Valdinoci sembra recuperare il mito di una natura felice, i ricordi e le fantasie del proprio mondo intimistico. Un’atmosfera di incanti e di attese cui s’addice una pittura soffice come la materia dei sogni.
Melisa Garzonio 1997

I suoi Pensieri Dipinti richiamano a un'atmosfera metafisica dove il silenzio dell'immagine diventa potenza: una forza in grado di superare il reale... L'astrarsi della forma e l'arresto del tempo sono gli elementi dai quali è possibile partire per scoprire una nuova arte...Il sentimento che si prova in queste scene di vita è un senso di eternità e di candore. Materie viventi in grado di fermare persino il tempo...
Luciana Baldrighi 1998

...la Valdinoci non dipinge paesaggi, figure o fiori, bensì meditazioni. Anzi, di più: come lei stessa mi ha spiegato, la pittura viene solo dopo, per assecondare e risolvere, con la lenta stesura ad olio, un pensiero formatosi come un’ossessione per settimane e mesi. Nascono così i dipinti dai lunghi titoli della Valdinoci: “Malgrado sarà primavera. In quella terra ormai colma di morti rifiorirà l’eterna primavera”; “La nascita. Come dal tronco dell’albero, così dal grembo materno la stupenda continuità della vita”. Ma appunto, questi non sono veramente i titoli dei quadri, bensì i pensieri che li hanno fatti esistere. Per la Valdinoci tale condizione di partenza è irrinunciabile, anche a costo di una grande fatica. Il suo primo talento, infatti, è nella scultura di cui ho visto, nello studio, alcuni lavori eseguiti da giovane, quando frequentava i corsi di Marino Marini all’Accademia di Brera. Teste di terracotta bellissime, ritratti acutissimi di un’ironia e di una modernità sorprendenti. Ma a lei non interessano più, perché sono troppo vicine alle qualità accidentali della vita. Quando, nel 1987, dopo trent’anni dedicati alla famiglia, la Valdinoci ha ricominciato dalla tela e dai pennelli, è perché le sembrava di poter dire solo in quel modo ciò che voleva: “Non è la parte esteriore delle persone che mi interessa, ma quella interiore- dice. E’ questa che mi sconvolge ed è questa che voglio arrivare a dipingere”. Così le filiforme figure che abitano gli sfondi monocromi dei suoi quadri, non hanno un volto riconoscibile; non hanno vestiti o cappelli che li collochino in una posizione sociale o in un periodo storico; non hanno nemmeno un sesso. Sono l’umanità. Si muovono in lande di blu, di viola, di marroni, di verdi scuri: colori dal timbro vellutato e bruno, come il suono dei corni. E su questi “velluti” fluttuano le figurine bianche senza spessore e senza ombra, come le Madonne e i santi nei fondi d’oro delle tavole senesi del ‘300. Altri riferimenti a correnti pittoriche passate o contemporanee, se non molto indirettamente al surrealismo, è difficile trovarne. E come si potrebbe se il fine della Valdinoci non è il dipingere per se stesso, ma il rivestire un pensiero di forme e colori? Nulla di più individuale.
Francesca Bonazzoli 1999

...La sua pittura si nutre di suggestioni musicali e poetiche, scintille intellettuali che accendono le sue visioni figurative, condensando l'emozione nella raffigurazione trasognata di un evento miracoloso: la forza inesausta della vita che resiste ad ogni devastazione.
Armando Audoli 2000

Marianita Valdinoci con i suoi colori vibranti evoca musiche misteriose che fluttuano in uno spazio surreale e che si dissolvono nell’aria, sovrastate da un silenzio apocalittico, sacrale. Ne “L’attesa” vediamo una figura femminile che custodisce la porta della vita, il grembo della Madre Terra. Nel dipinto “Kafka” spicca un essere fragile immerso in un’atmosfera da incubo, oppresso da un senso di colpa, che si presenta davanti a un tribunale ultraterreno. In “Insieme” uomo e donna si fondono in un unico corpo aspettando il tempo del prodigio, accettando il destino di tutti, fatto di luci ed ombre…
Gabriele Turola 2001

Nei pressi del monumento dell’architettura romanica lombarda più conosciuto in assoluto, esiste una piccola cappella anch’essa meritevole di attenzione. L’antico Oratorio della Confraternita della Passione, edificio della fine del secolo XV ornato da splendidi affreschi di Bernardino Luini, sorge ai piedi del campanile dei Canonici, tra l’Atrio di Ansperto e il ricostruito complesso delle dimore canonicali quattrocentesche. In questo luogo, ormai dal 1986, si svolgono rassegne di arte contemporanea. Giovani e affermati artisti, quali Remo Brindisi, Carmelo Cappello, Giò Pomodoro, William Congdon, tra i molti altri, hanno presentato le loro opere. Il filo conduttore delle esposizioni proposte è quello della sincerità della ricerca del “bello” indipendentemente dalle immediate valenze di culto che l’opera possiede. La “Lettera agli Artisti” che Giovanni Paolo II ha loro scritto nel 1999, ha –quale incipit dedicatorio- la frase: “ A quanti con appassionata dedizione cercano nuove “epifanie” della bellezza per farne dono al mondo nella creazione artistica”. Il Papa, artista egli stesso, ricordiamone l’attività di commediografo, riconosce il ruolo di “artefice” a chi “utilizza qualcosa di già esistente, a cui dà forma e significato. Questo modo di agire è peculiare dell’uomo in quanto immagine di Dio”. In tal senso l’Oratorio della Passione ospita opere di artisti dediti alla ricerca della realtà della persona, indipendentemente dal soggetto raffigurato. Il vero e sincero artista, in quanto collaboratore dell’opera creatrice di Dio, è di per se stesso religioso. Romano Guardini, importante teologo della prima metà del ‘900, ha affermato che “anche l’autentico rapporto con l’opera d’arte sfocia in qualcosa di religioso”. Questo è il motivo per il quale la Commissione Cultura della Basilica di Sant’Ambrogio ospita, in uno spazio così limitrofo al massimo tempio della religiosità lombarda, espressioni che, immediatamente, non sono e non possono essere le immagini di culto o, così dette, a soggetto sacro, che ci aspetteremmo in simili luoghi.
Le opere della Valdinoci sono in questa linea. Elementi di una ricerca che l’artista sta compiendo da anni. Richiami alla letteratura della classicità di matrice greco-latina, rimandi al mondo delle figure della memoria. Figure esplicite di un cammino che ci aiuta a portare, parafrasando Guardini, il gusto della ricerca del nucleo più proprio che ci verrà incontro quando anche il mondo riceverà quello suo proprio.
Carlo Capponi 2001
( Conservatore Onorario del Museo della Basilica di Sant’Ambrogio )


Sembra inafferrabile come un’evanescente rèverie charmant avvolta da un tocco d’incanto, o da un’inquieta bellezza in movimento, la pittura di Marianita Valdinoci. Che vede nello charme dell’opera la giustificazione dell’atto “immotivato e miracoloso” della sua stessa costruzione artistica. Vladimir Jankélevitch definiva lo charme quel “non so che”, quel “quasi nulla” ( il presque rien degli spartiti musicali) che lo determina e che per sua intrinseca natura non può essere afferrato, ma solo appena intensamente sfiorato: come un gioco raffinato e sottile dell’anima. Quasi impalpabili, i dipinti di Valdinoci appaiono come sospesi in uno spazio-tempo irrealmente assoluto e irraggiungibile, infinito ma paradossalmente chiuso nell’incorruttibilità del proprio etereo distacco. La tematica che l’artista propone è attinta a piene mani dai mari profondi della memoria. E’ infatti dalla scoperta di pensieri inconsci- rielaborati poi all’interno del quadro- che credenze, verità e tormenti prendono forma in quel particolare susseguirsi di androgini immaginari che Valdinoci rappresenta spesso in “estatica” attesa. Come a voler simbolizzare l’antico archetipo universale della domanda e della risposta. Sono questi in fondo, “frammenti di un discorso amoroso”, parte di quel dialogo intimistico (Unheimlich - Freud) che l’autrice rivela scosso da inquietanti interrogativi. Questi indefiniti alter ego (Ofelia e la sua follìa-verità, Romeo e Giulietta, l’Ipocrita, l’ombra di “Nostalgia”, e altri ancora) suscitano in chi li osserva una ambigua e struggente commozione. Valdinoci pone infatti, in queste sue trasfigurazioni “assolute” e perturbanti, il conflitto insanabile dei valori tra sacro e profano alludendo alle molte tensioni ed enigmi relativi alla verità, all’identità, alla giustizia- (come nel quadro-rebus intitolato “Kafka” del 1994)- e a tutte le emozioni grandi di cui è intessuta l’esistenza umana, esposta al destino feroce della metamorfosi: “La nascita” (1996), o “Pétrouchka” (1998) che danzerà la propria morte, ne sono chiari esempi. Nelle prime opere queste figure venivano quasi “occultate” in “piccoli capricci” della psiche (“crampi mentali” li definiva Wittgenstein) –come la claustrofobica nicchia incantata de “L’attesa” (1988) o “La stanza dell’infanzia” (1989); per poi collocarsi al centro di una definitiva apertura dello spazio pittorico. Viste così, infine, tra aspri paesaggi attraversati da gole di fuoco e di pietra, o tra alberi intrecciati da un abbraccio crudele che rompe il respiro, esse appaiono come fiamme livide che svettano alte, battute dal vento di una assolata e narcisistica immortalità. Ed è all’interno di questa nuova apertura compositiva, che l’armonia contradditoria tra il rosso e il blu predomina. Due colori questi, cui l’artista guarda attraverso l’esperienza dei primitivi, e che spianano una “superficie ideale” che si protende in morbide e intricate trasparenze: i blu della purezza e del soprannaturale, gli azzurri indifferenti e distanti come un cielo altissimo, i neri e i viola drammatici. Di contro, l’energia immensa dei rossi caldi, rafforzati e trasformati dai gialli in possenti arancioni che si tramutano sulla tela in un movimento che come il sole s’irradia. E si disperde, “L’arte svela una profonda necessità interiore, in cui l’amore, inteso come spinta dialettica verso l’ Altro, ha un ruolo fondamentale”- spiega Marianita Valdinoci mentre dipinge il pirandelliano “ Sei personaggi in cerca d’Autore”: una lucidissima metafora contro gli ironici inganni della coscienza…
Silvia Castello -“Archetipi ritrovati ” 2001

L’artista milanese Marianita Valdinoci espone i suoi dipinti a olio fino al 31 marzo al Circolo della Stampa dedicandosi al tema della “Guerra e Pace”, proponendo diciotto opere che esprimono i sentimenti negativi (e le loro conseguenze) , nonché naturalmente quelli positivi, che portano l’unità dei popoli, un concetto ben espresso nell’ultima tela- esposta per ordine in mostra- dal titolo “La pace nel mondo”: un terreno verde, due esseri umani che si tengono per mano, guardandosi negli occhi e cercando la verità e la sincerità…La sua arte, grandi quadri colorati, paesaggi che rappresentano un mondo interiore dove l’individuo appare nella sua nudità, filiforme, inerme e al tempo stesso portatore di fatiche ataviche, ricco di speranze spesso deluse, solo qualche volta appagate…Non è un caso che le opere di Marianita fanno parte di un unico ciclo dal titolo “Pensieri dipinti”, esperimenti interiori dove la psicologia fa da sfondo alle sue tele che per certi versi riprendono alcuni elementi di Salvador Dalì, un mondo surreale in grado di porci delle domande…
Luciana Baldrighi 2003

Rossi ardenti che infiammano la tela, improvvisamente. Vertiginosi blu che spengono gli ardori e spingono i nostri occhi oltre lo specchio terso della superficie dipinta, verso il fondo dello spazio spirituale di cui sono infinito riflesso: oltremare, oltre tutto. Turchesi solidi e compatti come concetti, “petrosi” come idee nascoste nella materia. Gialli sfoggianti ogni possibile gamma implicita: gemme stese a olio, gocce di luce e limone. Arancione, esplicito e dolce spicchio solare. Viola, matto germoglio nella mente dell’eterna Ofelia. Verde attesa, preludio al miracolo che verrà...
Colori. O, meglio, “i colori”: quelli dei pensieri di Marianita Valdinoci, declinati nei suoi quadri con sofferto lirismo, quasi a sfidare l’ostilità del reale, quasi a differire l’impietosa e incomprensibile irrealtà del mondo, trasfigurandola in una sorta di onirica rappresentazione dell’inconscio. Una decodificazione delle cose espressa nel codice notturno e sofisticato della mente; una rappresentazione tenuta fuori scena, sempre eccentrica e visionaria.
Colori psichici, dunque, attinenti all’àmbito esclusivo dell’interiorità, attinti dal profondo sentire e dissentire dell’artista. Colori accostati con perfetto istinto medianico; colori che laccano la tela, spinti – per un’esasperata tensione d’anima – fino alla tentazione del buio senza ritorno. Cromie che impreziosiscono la trama pittorica, rendendola netta e venata come il taglio di una pietra dura; come la tessera di un gigantesco mosaico complessivo: un mosaico di idee visualizzate, in perenne corso di elaborazione. Un’opera aperta, insomma. Un lavorio continuo ed estenuante, che può prendere spunto, indifferentemente, da un fatto di cronaca e da un articolo di giornale, da un’opera letteraria e da un pensiero filosofico, da un brano musicale e da un voce recitante, da una poesia, da una preghiera.
In queste grandi tessere variopinte, sembrano incastonate le lunatiche figure senza sesso e senza età, così caratteristiche della pittura di Marianita Valdinoci. Si tratta di anime bianche asessuate, di larve dell’essere, di essenze (buio senza ritorno, dicevamo: buio prenatale). Talvolta pure pallidamente rosate, talvolta glauche o azzurre, ocra o rubescenti (si noti la spietata silhouette di Salomé), tali disincarnate personae si atteggiano in modo teatrale e artificioso, simili a spiriti danzanti che passino da un quadro all’altro, scivolando con la fantomatica leggerezza di ombre speciose e funamboliche, tutte assorte nel delicato equilibrismo di mimare le complicate cadenze emotive volute (per azzardo e per necessità) dalla pittrice.
Già, la pittrice... Colei che ha messo in gioco, in un palcoscenico dipinto speculare alla propria mente, le sue misteriose creature, diafane e flessuose, perlopiù nude e sfuggenti, imprigionate per sempre nella pasta colorata delle “quinte” circostanti.
Così è, ad esempio, per Pétrouchka: il pupazzo più dotato degli altri, e perciò più vulnerabile e sofferente; il pupazzo dalla testa di legno e dal corpo pieno di segatura, la vittima sacrificale, il martire del tragico carnevale dell’esistenza: simbolo immortale dell’immortalità dello spirito. Suggeritole dal genio di Stravinskij, quello di Pétrouchka è uno dei temi-chiave, un punto nevralgico ed estremamente rappresentativo della poetica di Marianita Valdinoci.
Il dipingere della Valdinoci non è lontano dallo smarrimento dei mistici: è un uscire di sé, un perdersi, un lasciarsi andare. È oblio e abrogazione momentanea dell’io. Entusiasmo, in senso etimologico, e assoluta invenzione.
.”È il pennello che mi conduce, chissà dove...”, dice Marianita. E la voce si accompagna a un’espressione indimenticabile, ispirata, da Sibilla incline a spargere le parole al vento, su mobili foglie.
I suoi quadri sono – appunto – il diagramma sibillino, lo spettro oracolare di un sentimento eccedente, di una sensibilità acutissima in grado di captare e assorbire ogni sommovimento: dalla vibrazione infinitesimale – colta sul filo inaudito della percettibilità – al fragore prepotente della tragedia che squassa timpani e cuore.
Armando Audoli 2004 - Il colore dell’interiorità

Ciò che mi ha sempre colpito in Marianita Valdinoci è questo suo senso quasi di estraneità nel mondo, più che al mondo, una sorta di elfo, di figura incantata che scivola via inseguendo qualcosa che solo lei conosce.  …E' un'impressione, naturalmente: quando, come lei, si sono tirati su dei figli, si è avuta una vita familiare, intellettuale e coniugale piena, va da sé che  il mondo lo si conosce, se ne sono potute cogliere le asprezze, assaporarne le dolcezze… Tuttavia quell'impressione è per molti versi rafforzata dalla sua opera pittorica, dal tipo di scelte artistiche che essa comporta… Si prenda questa sua ultima mostra romana che si dipana nel Complesso Monumentale della Bocca della Verità: <La Pace nel Mondo> è il titolo che accomuna i quadri esposti, e solo  chi in fondo è sovranamente disinteressato alle cose del mondo  può rischiare di confrontarsi con un tema che per il profluvio di parole e di retorica che da sempre l'accompagna si è di fatto usurato, è puro flatus vocis..Di fronte a questo dato di fatto l'<inattualità> della pittura della Valdinoci assume un che di surreale, perché si capisce benissimo, guardando questi olii, leggendo i titoli che li accompagnano, come l'artista invece creda veramente al tema che fa da filo conduttore: non siamo di fronte a una moda, l'omaggio a un <politicamente corretto>…Inattualità ed estraneità sono le chiavi che permettono a Marianita di ridare vigore e pregnanza a ciò che la retorica ha reso pressoché inservibile e che la ragion politica ha sistematicamente tradito. Solo in una mente  artistica nobile e appartata, libera da ogni scelta contingente, questi temi tornano ad essere ciò che nella loro essenza significano: il principio di ogni cosa, la concordia fra le genti, l'amore che vince sull'orrore. Così vien fuori e si configura un universo pittorico dove le nostre misere vicende di uomini comuni sono in qualche modo vivificate dal soffio della grazia, da un'idea di bellezza, da un istante di felicità. L'artista sa bene di che impasto terribile noi esseri umani siamo fatti, del carico di ipocrisia, cattiveria, superbia, egoismo che fa da zavorra alla nostra effimera esistenza, ma sa altrettanto bene che solo nella capacità di vivere, errare, cadere, trionfare, ricreare la vita dalla vita sta la nostra  grandezza… 
Stenio Solinas 2006
- "i pensieri di Marianita Valdinoci"

Incontro Marianita Valdinoci  a Milano dove l’artista vive dagli anni ‘80, nell’accogliente appartamento nel quartiere di Brera che si affaccia con un prezioso angolo di verde sul traffico del centro storico. Un’oasi di tranquillità nella quale Marianita ha riscoperto la passione per la scultura, abbandonata da numerosi anni. Allineati sulla mensola del caminetto mi mostra, con una certa ritrosia, e quasi a giustificarsi, gli ultimi lavori realizzati: i sette vizi capitali. Sono volti, indifferentemente femminili o maschili, modellati in terra cruda e dipinti dall’artista color verde-bronzo. Superbia, avarizia, ira, lussuria, invidia, accidia, gola; i peccati che Aristotele definì “gli abiti del male” diventano ritratti anonimi nei quali un particolare, come una smorfia della bocca o un’espressione degli occhi, nascondono una sofferenza eterna. Sono i vizi che l’umanità si porta dietro fin dagli albori della storia e che nella nostra società vengono spesso a galla con crudeltà. I mali del nostro tempo, attuali e inscindibilmente legati alla condizione umana. Quando Marianita mi conduce al suo studio per mostrarmi le altre sculture, un autoritratto degli anni giovanili - mentre frequentava il corso di scultura con Marino Marini all’Accademia di Brera - e i tre busti femminili fra i quali spicca la “Signora dal Parrucchiere”,  mi rendo conto che il tratto caricaturale e ironico è rimasto inalterato. La pausa di inattività sembra non aver scalfito l’approccio che l’ha portata a sviluppare una sensibilità profonda, inscindibile dalla nostra condizione umana. La stessa pittura che dagli anni’80 Marianita Valdinoci ha ripreso con continuità e passione è un omaggio alla condizione e all’intelligenza umana. L’artista ha respirato arte fin dall’infanzia: ogni dipinto narra una  storia che ha radici nella musica, nella poesia e nella danza. Le creature evanescenti, protagoniste del racconto pittorico che si snoda in una atemporalità surreale, manifestano invece una lucida oggettività che nasce da esperienze legate alla quotidianità e all’esperienza maturata dall’artista stessa. Certe volte lo spunto nasce da un film, come “la vita è bella “ di Benigni, altre volte dal dramma come L’Ofelia di Shakespeare o la  tragica danza di Salomè oppure dalla musica come il dipinto ispirato al  Requiem di Verdi. Altre volte, come Marianita mi spiega, sono le esperienze personali, che danno vita ad un quadro, così come situazioni e problematiche attuali, assimilate e interiorizzate. Penso alle due figure che il labirinto dell’incomprensione cerca di schiacciare, ma che riusciranno a trovare una via d’uscita tra le innumerevoli opportunità che la vita offre loro oppure a “Il muro”, un chiaro riferimento alla caduta del muro di Berlino, una speranza per la pace.  La pittura è essenziale, caratterizzata da pochi elementi come gli eterei personaggi, filiformi figure rese con precisione di particolari, qualche scarno simbolo di una vita naturale come un fiore stilizzato, una spoglio tronco e uno sfondo suggestivo sul quale la pittrice concentra una forte emozione coloristica. Questa emozione la si legge in tutti i lavori pittorici: l’artista pone l’accento sulla drammaticità di certi contrasti come in “Paesaggio” dove la macchia rosso intenso è resa con tratti tormentati, mentre la vasta distesa verde trasmette serenità; l’anima è in bilico e la scelta dell’uomo è accennata dalla mimica dell’esile figura. Le vaste campiture di colore che vanno dai verdi intensi al blu oltremare, alle sfumature dei gialli e dei grigi, con una netta preponderanza del rosso purpureo, sono rese come grandi macchie che disegnano paesaggi nudi e spogli: rocce, baratri e montagne, vaste distese d’acqua e cieli sconfinati. Ogni elemento superfluo è bandito; è sull’essenziale che cade l’interesse dell’artista; sia nella pittura quando una impercettibile differenza crea la particolarità  e dona al dipinto un peculiare significato, sia nelle sculture, nel modellare la terra, conferendo ai volti espressioni insolite. Queste sculture  recenti non sono mai state esposte; la mostra di Castell’Arquato vuole rendere più completo un percorso artistico che, pur essendo stato interrotto per alcuni anni per contingenze reali e impegni familiari, è sempre stato vitale nel mondo di Marianita Valdinoci. Non ha mai perso il contatto con la realtà, con i problemi della quotidianità, con gli interessi artistici e culturali, che si sono arricchiti nel tempo portando linfa vitale alle nuove esperienze.
Simonetta Panciera, marzo 2008